Sospendere Iva e azzerare Ires/Irap. Aiutare le imprese a non fallire e ripartire nella Fase 2 dell’epidemia

Sospendere Iva e azzerare Ires/Irap. Aiutare le imprese a non fallire e ripartire nella Fase 2 dell’epidemia

Sospendere Iva e azzerare Ires/Irap. Aiutare le imprese a ripartire nella Fase 2 ed evitare che il 30% delle attività non riapra più.

Azzerare gli acconti Ires e Irap, ridurre e rimandare il saldo imposte a dicembre 2020, sterilizzare gli ex studi di settore per evitare che nel corso dell’ormai prossima Fase 2 lievitino le imposte.

Proposte concrete che Unimpresa ha sottoposti in queste ore al Governo sottolineando che finora non sono arrivati segnali veri di riduzioni fiscali per affrontare questa crisi che sembra non rallentare mai.

«Il premier Conte – ha dichiarato il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri – si scusa per il ritardo con cui l’Inps sta erogando i 600 euro per il sostegno alle famiglie e già parla di aumentare le somme a 800 euro. Il problema è capire chi veramente abbia percepito finanziamenti, perché il fondato timore è che l’istituto abbiamo ormai esaurito fondi necessari per tutti. Per non citare la beffa agli autonomi, iscritti a casse private, che hanno compilato la domanda più di un mese fa, ancora in lavorazione, neanche fosse un prestito da un 1 milione di euro»

A seguito della crisi economica accentuata dalla Pandemia di Coronavirus, le imprese vedranno applicarsi il test delle società di comodo, disciplinato con l’articolo 30 della legge 724/1994 che, attraverso un test basato su percentuali di ricavi, in relazione ad alcune poste di bilancio, dirà alle imprese se sono “operative” o meno.

Nel caso gli indici dessero esito negativo il risultato, per le imprese, sarebbe quello di vedersi applicare un’aliquota Ires maggiorata di oltre 10 punti percentuali, con un’aliquota Ires complessiva di oltre il 34%.

La situazione per le imprese italiane è molto grave e i ritardi, da parte delle Istituzioni europee, nel fornire risposte alle incessanti richieste da parte dell’Italia in merito alle misure finanziarie per l’emergenza non hanno fatto altro che esacerbare gli animi e acuire i problemi che nella fase 2 risulteranno sicuramente ancora più amplificati

“Le imprese – continua Salustri – non hanno alcun interesse ad ottenere prestiti che le esporrebbero ulteriormente nei confronti degli istituti di credito. Di queste eventuale richieste è facilissimo prevedere le conseguenze: chiusura definitiva dell’attività, con i lavoratori e le rispettive famiglie sul lastrico, o vendita delle quote a società straniere affamate di acquisire le competenze italiane che sono uniche nel panorama mondiale o, peggio ancora, essere cedute, in modo sotterraneo, ad organizzazioni criminali che estenderebbero le loro mani a 360 gradi su tutto il territorio nazionale.”

Intanto che si discute però il rischio, per le imprese italiane che si accingono ad entrare nella Fase 2 è quello del fallimento.

Il 30% delle attività legate al commercio al dettaglio e alla ristorazione a giugno non sarà in condizione di ripartire e non riaprirà: per almeno un terzo degli imprenditori, la ripresa di alcuni esercizi commerciali è sconveniente sul piano economico, tenuto conto dei costi fissi che non vengono in alcun modo congelati né ridotti (affitti, utenze, tassa sui rifiuti e sul suolo pubblico).

Il crollo del 30%, di negozi, bar e ristoranti , secondo numerosi studi, si potrebbe tradurre, considerando le attività connesse, in una riduzione del giro d’affari complessivo che interessa 250 miliardi di euro di prodotto interno lordo: a questa cifra si arriva partendo dal presupposto che il 60% del pil è legato al mercato interno e che il 30% di questo mercato potrebbe subire pesanti ripercussioni.

Sul fronte delle finanze pubbliche, la riduzione del gettito potrebbe arrivare a 80 miliardi, mentre dalle casse dello Stato continuerebbero a uscire fondi in favore dei nuovi disoccupati.

FontiUnimpresa

 

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